martedì 8 maggio 2007

Perche' un'area protetta



Ogni paese della Valle Elvo e’ orgoglioso della sua Fede, della sua lingua, della sua antica tradizione agricola, artigianale e industriale. Lo dimostrano le numerose fiere e mostre che vogliono valorizzare queste ataviche culture. Lo dimostra la nascita e la preziosa attivita’ delle Pro-loco, delle Associazioni paesane e dell’Ecomuseo Valle Elvo e Serra. Pare proponibile oggi, con l’affermarsi della cultura postmoderna, sensibile allo sviluppo tecnologico, ma attenta anche ai valori spirituali e culturali tradizionali, una nuova economia locale.

Diverse aziende agricole – grazie anche ai contributi pubblici – hanno ammodernato i locali di allevamento e di trasformazione del latte, adeguandoli alla severa normativa comunitaria. La nascita e lo sviluppo del Caseificio cooperativo Valle Elvo, vera latteria di valle, permette la consegna del latte da parte degli allevatori, la confezione di prodotti caseari tradizionali, rivisitati con tecnologie moderne e resi disponibili ai consumatori anche in luoghi lontani dalla Valle. Molti figli e nipoti di allevatori frequentano corsi di istruzione superiore agricola e desiderano continuare – in forma aggiornata – l’attivita’ dei padri. Diversamente da altre vallate, gli alpeggi comunali in quota sono richiesti e ancora oggi caricati e curati. I fabbricati d’alpe – nonostante siamo lontani dalla situazione ottimale – hanno avuto sufficiente manutenzione. La produzione foraggera estiva della montagna viene quindi consumata e la rete di fertirrigazione dei pascoli, cosi’ come la frequentazione dell’uomo, minimizza i rischi di danni idrogeologici. Sono in corso approfonditi studi per la produzione di carne da vitelli della tipica razza locale: la Pezzata Rossa d’Oropa e dai suoi incroci con importanti e cosmopolite razze da carne.

Il turismo nella Valle ha avuto il suo apice, nella prima meta’ del secolo XX°, con la “cura delle acque” nei pressi del Santuario di Graglia e con la presenza dei primi “villeggianti”: una lapide ricorda le visite di Carducci e Giacosa all’Ospizio della Chiesa al Colle S. Grato di Sordevolo. Con lo sviluppo del turismo di massa questa economia e’ venuta a mancare. Oggi la presenza turistica, lentamente, rinasce con il recupero di numerosi edifici storici (case e cascine), utilizzate come dimore secondarie da attenti e curiosi turisti provenienti dalla grandi citta’ o dalla pianura; con l’attivazione della residenza diffusa, promossa da Eurovillage; con la riscoperta di antichi luoghi di fede come il Santuario e il Sacro Monte di Graglia. Grazie all’affermarsi del trekking pedestre, dell’uso del cavallo per scopi escursionistici, della mountain bike, del parapendio, molti sentieri e mulattiere, quasi scomparse, vivono una nuova frequentazione. Nascono cosi’ attivita’ innovative, come agriturismi e bed and breakfast, e possono riproporsi al pubblico antichi luoghi di ritrovo: il Grand Hotel di Graglia o l’antico Ospizio del Santuario, per esempio, ma anche vecchie “piole” dove assaporare vecchi piatti tradizionali e cucina venuta da lontane regioni d’Italia, e non solo.

I boschi, una volta coltivati per la legna da ardere, la carpenteria e il materiale da falegnameria, sono stati abbandonati. Grazie al lavoro della Comunita’ montana e dei Comuni, questa attivita’ sta riprendendo la sua importanza sia per l’uso energetico (caldaie a cippato di legna), sia per quello industriale, senza contare che la coltivazione del bosco migliora il paesaggio, l’assetto dei versanti ed esalta la percorribilita’ turistica.

Un’attenta programmazione urbanistica controlla, in vicinanza della citta’ di Biella, l’esplosione di aree residenziali fabbricabili a favore della ristrutturazione e valorizzazione del patrimonio edilizio esistente. Lontano dalla citta’, tende a ripopolare e qualificare antichi borghi per una residenza di qualita’ non lontano dai luoghi di lavoro. Presto sara’ disponibile, anche al singolo operatore, la rete Internet a banda larga che rendera’ meno scomodo vivere e lavorare fuori dai centri urbani.

La creazione e lo sviluppo dei Parchi della Burcina e Baraggia-Bessa-Brich, cosi’ come la promozione della collina morenica della Serra d’Ivrea a Sito di Interesse Comunitario (SIC), offrono, non solo una grande varieta’ di luoghi e panorami di grande suggestione per il locale e chi viene da fuori, ma ulteriore possibilita’ di occupazione e di interesse per il turista, l’appassionato e lo studioso.

Si tratta oggi di costruire, con tutte le forze disponibili, una cultura nuova, basata sulla conoscenza e la valorizzazione del patrimonio di tradizioni agricole, artigianali, industriali, dei “monumenti” della Fede, dello storico patrimonio edilizio e naturalistico. Qualcosa che sappia armonizzare, senza forzature o estremismi, la tradizione con l’innovazione scientifica e tecnologica. Educare, pare la parola piu’ adatta, introdurre cioe’ alla totalita’ del reale, le attuali e le future generazioni della Valle, perche’ possano vivere il territorio in modo frugale, ma non “a stento”, come una volta. Sviluppare una cultura (vagliate tutto, trattenete il buono) che, poggiando sugli antichi saperi, si apra volentieri e senza complessi a quanto di nuovo la creativita’ umana mette a disposizione.

C’e’ bisogno di maestri, di uomini buoni e d’esperienza. C’e’ bisogno di nuove generazioni consapevoli che “la vita e’ la realizzazione del sogno della giovinezza”. C’e’ bisogno che la societa’ di oggi riconosca il nostro sforzo e ci sostenga. Crediamo possa facilitarci in questo la creazione di un’area protetta, che abbiamo chiamato della Valle Elvo e del Sacro Monte di Graglia, che qui vogliamo proporre.

lunedì 7 maggio 2007

Ambiente, territorio, paesaggio

1. AMBIENTE, TERRITORIO, PAESAGGIO

1.1. Caratteri generali (geologia, geografia, morfologia, clima)
La Provincia di Biella comprende 82 comuni, gran parte dei quali situati in montagna.
Da oriente a occidente troviamo le vallate del Sessera, di Mosso, del Cervo, di Oropa e, all’estremità occidentale, ai confini con la bassa Valle d’Aosta e l’alto Canavese, la Valle Elvo. Sono 15 i comuni di questo ultimo comprensorio e precisamente: Pollone, Sordevolo, Muzzano, Graglia, Netro, Donato, Torrazzo, Sala, Magnano, Zubiena e Zimone (facenti parte la Comunità Montana Alta Valle Elvo), Occhieppo Superiore, Occhieppo Inferiore, Camburzano, Mongrando (appartenenti alla Comunità Montana Bassa Valle Elvo).
Il territorio di questi comuni copre una fascia di 15.044 ha, compresa tra l'alta pianura biellese (circa 400 m slm) e i crinali delle Basse Alpi (M. Mars m 2600) che sono i primi rilievi tra la Pianura Padana e il massiccio del M. Rosa, testata geografica di valli più interne (a colonizzazione Walser) come quella di Gressoney e Alagna Valsesia.

L’alta Valle Elvo
Confina a ovest con la Valle del Lys e a est con la Valle di Oropa in territorio biellese.
La cresta montuosa che la divide, verso ovest, dalle valli vicine, parte dalla Bocchetta del Lago (m 2026), sale al Monte Rosso (m 2374) raggiunge il Monte Mars (m 2600), per prolungarsi, passando dal Colle dei Carisey e al Monte Bechit, sino alla Colma di Mombarone (m 2372). Da questo punto, identificato da una grande statua del Cristo Redentore, discende rapidamente sino alle sorgenti del torrente Viona. Questo corso d’acqua dividerà, per un lungo tratto, le province di Biella (Comune di Donato) e Torino (Andrate) e chiuderà, verso occidente, il territorio della Valle.
Il limitare del territorio verso est è dato dalla cresta che dalla Bocchetta del Lago sale al M. Mucrone (m 2335) i cui contrafforti degradano fino al nucleo abitato del Favaro (Comune di Biella), per arrivare fino ai terrazzi di Cossila e di Biella città.

La Serra
I comuni di Torrazzo, Sala, Magnano, Zimone e Zubiena, poggiano sul versante biellese della collina denominata "Serra di Ivrea", originatasi dai depositi morenici (sinistra orografica) del ghiacciaio della Valle d'Aosta nel periodo quaternario.
La collina della Serra, che raggiunge un’altezza massima s.l.m. di m 850 (Croceserra), si stacca dal Monte Mombarone e divide (in senso ovest-nord-ovest/est-sud-est) distintamente la regione canavesana da quella biellese, sino al borgo medioevale di Salussola Monte, dal quale rapidamente decresce sino alla pianura. È considerata, per la sua notevole lunghezza (circa 20 km), la cresta rettilinea e l’altezza, una delle più imponenti morene d’Europa.
Tra questa collina, annoverata tra i Siti di interesse comunitario (SIC), e il suo contraltare destro (la morena sulla quale sorgono gli abitati di Settimo Rottaro, Caravino, Vestignè e Borgomasino (Provincia di Torino), si distende il lago di Viverone, terzo bacino piemontese per superficie e importante sito archeologico.

Geologia
Il territorio in oggetto presenta condizioni geologiche assai varie, in quanto comprende sia settori di alta montagna, caratterizzati dalla presenza di rocce metamorfiche che hanno avuto una lunghissima e complessa storia geologica, che i rilievi collinari della Serra, geologicamente molto giovani, perché sono stati creati nel Quaternario dall’azione del ghiacciaio balteo.
Il settore settentrionale è attraversato da una fascia, che si allunga da Castellazzo di Donato, verso la Bossola, Santuario di Graglia-San Carlo, San Grato di Sordevolo, Chiavolino, e che è caratterizzata da una serie di colli e insellature: è questa la traccia visibile della Linea del Canavese, tronco della più estesa Linea Insubrica, una stretta e lunga fascia che attraversa tutte le Alpi sino alla Slovenia, mettendo a contatto due antichi mondi geologici (Paleo-Africa e Paleo-Europa).
A settentrione di tale linea si eleva il rilievo montano vero e proprio, spinto progressivamente verso l’alto dall’orogenesi alpina, tuttora in atto, ed in parte demolito dall’erosione idrica e della gravità.
Grandi frane antiche (“paleofrane”) si sviluppano a cavallo della Linea del Canavese, scendendo sino ai bassi rilievi ed ai pianali di Netro, Graglia e Pollone.
Il settore più settentrionale, che raggiunge le quote maggiori, è impostato su rocce metamorfiche (micascisti) con presenza, attorno al Monte Mucrone ed al Monte Mars, di antichi graniti metamorfosati.
I rilievi della fascia centrale del territorio, che è nettamente limitata verso oriente dal Bric Burcina, sono invece prevalentemente formati da dioriti, sulle quali si addossano i caratteristici altopiani di Graglia-Muzzano, Sordevolo-Pollone.
Del tutto differente la condizione del settore meridionale, costituito dalla morena della Serra, interamente formato da depositi lasciati dal ghiacciaio della Valle d’Aosta nella sua parte terminale, dove numerose glaciazioni hanno progressivamente costruito una serie impressionante di cordoni morenici (almeno sette sono i principali), i quali a partire da Lace di Donato verso Sala e Torrazzo si dilatano progressivamente.

Le informazioni geologiche sono tratte dalla pubblicazione “Atlante Valle Elvo” (allegato A) nella quale sono redatte anche in forma cartografica di relativa facilità di lettura. Le 6 carte tematiche che compongono il fascicolo, trattano i seguenti temi: i territori comunali, l’altimetria e l’orografia, la geologia, le forme del territorio, le risorse idriche, il rischio idrogeologico.

Morfologia
Storia geologica, morfologia e utilizzo del territorio da parte dell’uomo risultano in Valle Elvo strettamente correlati.
L’ambito geomorfologico che contraddistingue l’Alto Elvo è quello delle “paleofrane”, che si sviluppano alle pendici del Brich Paglie, del Truc del Buscaiun e del M. Manda formando grandi superfici prative a morfologia dolce, ricche di emergenze sorgive e di ristagni. Unite ai fattori antropologici, culturali e storici, queste condizioni hanno favorito la nascita, lo sviluppo dell’attività agro-pastorale che ancora oggi ha grande rilevanza nella zona.
La fascia inferiore dei territori tra Netro-Graglia e Sordevolo-Pollone, a quote inferiori a 600 metri è invece contrassegnata dai “pianalti”, superfici alluvionali regolari (a sud di Muzzano) o stretti lembi di altopiano separati da profonde incisioni, con locali culminazioni (Merletto, Cuchello): in queste aree risultano concentrati i principali abitati del settore orientale della Comunità Montana.
L’ambito morfologico unitario di maggiore estensione è dato dai rilievi morenici della Serra, formati da una serie di dorsali che si staccano progressivamente tra di loro a monte di Torrazzo e Sala, separate da strette e lunghe vallecole a fondo piatto (Magnano e Zimone). Mentre le dorsali sono occupate dal bosco (ceduo o di impianto artificiale), le vallecole erano la sede dei seminativi, col tempo in gran parte abbandonati.
Il settore settentrionale della Comunità Montana è invece caratterizzato da un ambiente di alta montagna, con rilievo aspro dove prevalgono le pareti e gli appicchi rocciosi e le pietraie, che culmina con il Mombarone, il Mucrone e il Mars (2600 m, massima elevazione del Biellese).
Situazioni particolari, realmente meno estese ma assai interessanti, possono così essere schematizzate:
- insellature e culminazioni tettoniche, caratterizzano la presenza della Linea del Canavese (Poggio Castellazzo, Montino, Castellazzo di Netro, Bossola, San Carlo, Santuario di Graglia, San Grato, Burcina). Questa fascia, tra 800 e 1000 metri, rappresenta un altro elemento assai peculiare della Valle Elvo;
- le tracce lasciate dai ghiacciai che si formavano sulle montagne biellesi, sono molto evidenti nei circhi glaciali alla testata della Valle dell’Elvo e dei torrenti Lace, Ianca e Viona. Ripide pareti circondano le conche, dove grandi rocce levigate si alternano a ripiani ed a piccoli laghi;
- il versante a meridione di Zimone, che ricade nel bacino canavesano, presenta esposizione a Sud-Ovest e condizione climatica particolare, favorevole alla coltivazione della vite sui ripidi versanti terrazzati artificialmente.
Rilevanti sono anche le tracce dell’azione delle acque sul territorio:
- profonde gole rocciose caratterizzano il percorso dei torrenti Elvo e Ianca, con nette incisioni ed ambiente molto aspro tra Sordevolo e Bagneri;
- il ghiacciaio Balteo creando la Serra ha sbarrato e deviato il corso del torrente Viona, indirizzando il suo percorso inferiore tra due dorsali moreniche. Si ha quindi la stretta valle lungo la quale si sviluppa la Strada Statale 419;
- il bacino artificiale sul torrente Ingagna, pur ricadendo solo in parte nel territorio della Comunità Montana, risulta in posizione baricentrica e costituisce l’intervento antropico di maggiore impatto.

L’Elvo
Il principale corso d’acqua , che dà il nome alla valle, è il torrente Elvo, le cui sorgenti si trovano ai piedi del Monte Mars.
Incidendo profondamente il territorio, tanto da originare le forre dell’Infernetto e dell’Infernone, di notevole interesse geologico, naturalistico e sportivo, divide gli abitati di Sordevolo e Muzzano, scende a Occhieppo, entra nell’alta pianura biellese e, nei pressi di Collobiano (VC), confluisce nel torrente Cervo. La lunghezza totale del corso d’acqua è di 50 km circa e, di questi, 14 si svolgono nel suo tratto propriamente montano.

Il Tracciolino (Panoramica Oropa-Andrate)
Tra lo spartiacque che corre, come abbiamo visto, attorno ai 2300 m s.l.m., e gli abitati principali dei Comuni di Pollone, Sordevolo, Muzzano, Graglia, Netro e Donato, posti ad altezze comprese tra 600 e 800 m, corre la Strada provinciale n. 512, detta Tracciolino o Panoramica Oropa-Andrate.
Questa strada, partendo a fianco del Santuario di Oropa, percorre l’intera Valle a quote comprese tra 1200 e 900 m. Chiude il suo percorso al ponte sul torrente Viona, nei pressi dell’abitato di Andrate. Negli ultimi 25 anni il “Tracciolino”, costruito a più riprese dagli anni ’50 in poi, è entrato nel novero delle Strade provinciali, prima in gestione alla Provincia di Vercelli, quindi a quella di Biella.
Le necessità di viabilità veicolare, particolarmente per lo sviluppo della meccanizzazione agricole ha fatto sì che la strada divenisse, nel tempo, importante punto di arrivo per la viabilità minore che sale dai paesi e luogo di partenza per le piste che salgono agli alpeggi. Il corso della strada, che si sviluppa sostanzialmente a mezza costa, lungo le linee di livello e senza particolari pendenze, divide la zona dei boschi e delle cascine a media altezza dalla zona dei pascoli alpini, utilizzati dalle numerose mandrie locali attraverso la pratica dell’alpeggio estivo.

Il clima
Le temperature medie mensili hanno tipicamente un andamento “a campana”, con minimi a gennaio e massimi a luglio.
La precipitazioni totali sono importanti, tra le più elevate delle Alpi Occidentali, e caratterizzate da un regime equinoziale con picco assoluto nel mese di maggio.
La stagione secca è tipicamente invernale, con minimo di precipitazioni a gennaio, seguito da una relativa siccità estiva.
Il gradiente di temperatura diminuisce con l’altezza sul livello del mare in modo continuo, mentre le precipitazioni aumentano all’aumentare della quota sino a circa 1.100-1.500 m, si scaricano (zona del faggio, pianta che caratterizza i boschi locali) e diminuiscono da tale limite in poi (zona del larice, qui praticamente assente).
La ventosità è molto limitata e caratterizzata dalla collocazione geografica a sud delle alte Alpi, che la ripara da forti venti dominanti.
Particolarmente in inverno è importante e ricorrente la situazione di Stau-Phoen: masse d’aria umide, spinte da venti atlantici verso le Alpi, si innalzano, raffreddano, precipitano nei versanti franco-svizzeri, si liberano di umidità, ridiscendono rapidamente il versante italiano comprimendosi e riscaldandosi. Si originano così venti veloci, caldi e asciutti che, in sostanziale assenza di umidità dell’aria e di acqua nel suolo (minimo di precipitazioni annuali e acqua sotto forma di ghiaccio nel terreno), favoriscono la mitigazione delle temperature, lo scioglimento precoce delle nevi e il diffondersi degli incendi boschivi invernali.

1.2. Aspetti naturalistici

La fauna
Dal punto di vista della fauna, la Valle Elvo e la Serra non presentano particolari endemismi.
Si ritrovano qui le stesse specie animali tipiche di altre zone alpine: capriolo, cinghiale, coniglio selvatico, lepre, marmotta, donnola, ermellino, faina, tasso, volpe, scoiattolo, riccio.

La flora delle praterie montane
Nei pascoli delle “alpi” della Valle Elvo esiste una netta prevalenza di graminacee, che coprono i pascoli per non meno del 75%; seguono le leguminose con percentuali variabili tra 10 e 15%, mentre, nel complesso, le altre famiglie non superano il 10%.
L’antica pratica dello “slavè” porta ad una evidente differenza di composizione floristica tra zone raggiunte dalla fertirrigazione e zone non oggetto di tale pratica.
Siamo in presenza di Festuceti che, nei siti più degradati, evolvono in Nardeti. I festuceti della Valle Elvo sono a prevalenza di Festuca rubra, specie di discreto valore foraggero. Ad essa si accompagnano altre specie, dello stesso genere, quale soprattutto la Festuca ovina e altre festuche. Localizzate in aree di modeste dimensioni, interessate dalla fertirrigazione, troviamo il Phleum pratense, il Phleum alpinum, il Trisetum flavescens, la Dactylis glomerata, tutte buone foraggere, piuttosto esigenti in elementi azotati.
Alle graminacee, seguono, in ordine di importanza, le leguminose, rappresentate soprattutto da Trifolium pratense (trifoglio violetto), Trifolium repens (trifoglio bianco) e, oltre i 1.500 m di altitudine, da Trifolium alpinum (trifoglio alpino). In scarsa quantità troviamo il Lotus cornicolatus (ginestrino). Le leguminose, per i loro apporti di azoto e la loro elevata pascolabilità, sono tutte ottime foraggere.
Le altre famiglie sono rappresentate da buone foraggere come le Compositae e le Rosaceae, e da scarse o nulle foraggere come le Gentianaceae, le Ciperaceae, le Liliaceae.
Molti problemi sorgono quando ad infestare il pascolo è il Nardus stricta (nardo, cervino), è questa una graminacea con ampi limiti ecologici e grande adattabilità, utilizzata dal bestiame solo in stadio giovanile e poi rifiutata perché dura e pungente. Essa è presente nella maggioranza degli alpeggi e diventa dominante nelle zone dove il malgoverno del pascolo, il sovraccarico di bestiame, l’eccessiva pendenza, hanno determinato un forte impoverimento del suolo. L’associazione vegetale che vede una forte predominanza di cervino viene detta nardeto.
I cespugli sono rappresentati da Ericaeae, quali calluna Vulgaris (brugo, brùu), Vaccinium sp. (mirtillo, brùson), Rhododendron ferrugineum (rododendro, ratìi), Alnus viridis (ontano verde, auna). Essi hanno una utile funzione sui versanti più ripidi (quindi potenzialmente instabili), dove contribuiscono a rinsaldare e soprattutto a difendere le pendici dall’erosione, inoltre rododendri e ontani servono a procurare legna da ardere, nelle zone più elevate, per usi domestici e per la cottura della cagliata. Il cespugliame si sviluppa in quelle zone di pascolo che non si ritiene utile sfruttare, ma quando da queste tende a diffondersi e a ridurre in misura non trascurabile la superficie foraggera, è considerato dannoso e da combattere. Uno dei sistemi più efficaci, ma anche il più pericoloso e difficilmente gestibile, è l’abbruciamento a fuoco corrente (agronomicamente una sorta di debbio): il fuoco può trasferirsi nel bosco e ai fabbricati e, comunque, distrugge una potenziale fonte di humus, arricchendo comunque il terreno in sali che innalzano il pH (parti di idrogeno) portandolo a livello non troppo distante da quello ottimale (6,5/7).
Tra le specie concorrenti, non segnalate sopra, occorre ricordare una Pteridofita: la felce (Pteris aquilina principalmente): fortemente presente in valle, è diventata, per la sua diffusione, l’infestante più importante. In qualche caso viene sfalciata, essiccata e usata come lettiera, nelle stalle poste a media altezza: si possono ancora vedere covoni (meie) dove si conserva questa specie per l’inverno: su una base di grossi rami, leggermente innalzati sul livello del terreno, viene posto un palo verticale attorno al quale, ordinatamente, vengono posti strati ben calpestati di felci. Il covone viene utilizzato, tagliato in senso verticale, con apposito attrezzo dotato di lama e poggiapiede.

I boschi
Le foreste della Valle Elvo risentono dell’attività dell’uomo che, in tempi passati, ha privilegiato l’allevamento del bestiame alla coltivazione dei boschi (un vecchio proverbio cita: Valsesian buscarin, Bieleis marghè - Valsesiani operatori forestali, Biellesi allevatori).
Il limite superiore del bosco è intorno ai 1200-1300 m slm, molto al di sotto della quota che potenzialmente potrebbe occupare.
Anticamente si riservavano al bosco le superfici più acclivi o più accidentate e le fasce attorno ai corsi d’acqua. Si destinavano a prato-pascolo, o a pascolo, le zone morfologicamente meno difficili. Dal dopoguerra a oggi la situazione è meno netta, perché sono state abbandonate ampie superfici, colonizzate da specie pioniere (betulla, pioppo tremolo, nocciolo), che si sono arricchite in specie, arbustive e arboree, interessanti sia dal punto di vista della biodiversità, che della stabilità dei popolamenti.

I castagneti
La civiltà del castagno, quella che prevedeva la specie come “albero del pane”, quindi della vita, ha lasciato qualche traccia in Valle.
I castagneti da frutto (arbu), ormai completamente abbandonati, avevano una bassa densità di piante sulla superficie, ciò per permettere lo sfalcio, il pascolamento, la raccolta di frutti e foglie. Questi spazi, oggi, sono stati colmati da varie latifoglie, come la betulla (biula), il pioppo tremolo e, a quote minori, dalla robinia (gasìa). A volte questa dinamica è stata favorita dal passaggio del fuoco.
In altri casi, le specie tipicamente pioniere, hanno lasciato spazio alle cosiddette “latifoglie nobili” (con questa definizione si intendono tipicamente aceri, frassini, tigli, ciliegi e, per estensione, anche querce e faggi), in particolare faggio e rovere. Sono questi i boschi più “ricchi” e con più futuro. Nei casi peggiori la colonizzazione delle aree aperte e’ dovuta a nocciolo e rovo, situazione che rende i boschi meno importanti, sia dal punto di vista turistico-ricreativo – difficilmente percorribili e “arruffati”-, che da quello della produzione di legno.

Le faggete
Il faggio (fò) caratterizza le foreste al di sopra del Tracciolino; riesce a vivere anche in terreni poveri di sostanza organica e sassosi: tecnicamente si chiama faggeta oligotrofica (poco alimento).
Il faggio (come il castagno e in misura minore di questo) è in grado di riprodursi con i semi (faggiole) o per via vegetativa: se lo si taglia emette polloni dalla ceppaia e origina boschi detti cedui. Tecnicamente, quando si decide di tagliare un bosco ceduo, si rilasciano piante madri che produrranno seme per perpetuare le ceppaie: le cosiddette matricine (gran parte delle faggete della Valle Elvo sono “cedui matricinati”). In condizioni di scarsa concorrenza i polloni possono “affrancarsi” dalla ceppaia, emettendo radici proprie, e assumendo l’aspetto di piante nate dalla faggiola.
Nelle zone che guardano a nord, dove la neve permane molto tempo, il peso di questa alla base delle piante, fa sì che i tronchi prendano un aspetto particolare, leggermente ricurvo, a sciabola.
Dove le condizioni di fertilità non sono troppo scarse, ad accompagnare il faggio si può trovare la betulla, l’acero di monte, il frassino e il sorbo degli uccellatori. Sotto le chiome domina spesso il mirtillo, mentre nelle radure è spesso il lampone (ampula) a farla da padrone. In entrambi i casi, nel pieno dell’estate, l’escursionista può gustare, gratis, frutti succulenti e sicuramente sani da ogni punto di vista.
La bassa fertilità si riflette sul portamento delle piante che sono di crescita lenta, di ridotta statura e molto ramose.

Altri boschi
Nei pressi dei corsi d’acqua e nelle rare zone fertili possiamo trovare boschi ricchi di latifoglie nobili come l’acero, il tiglio e il frassino, è difficile però che formino superfici significative.
Sempre vicino alle acque troviamo popolamenti, anche di discrete dimensioni, che hanno come specie principale l’ontano nero (auna), una specie arborea imparentata con quella arbustiva, già citata nelle praterie montane, chiamata ontano verde.
Alberi e cespugli si differenziano dalla forma: negli alberi branche e rami si originano dal tronco, nei cespugli i rami partono dal suolo. Con l’intervento dell’uomo gli alberi possono trasformarsi in cespugli (bosco ceduo), mentre i cespugli – per ripetuti interventi cesori – possono prendere aspetto di albero (l’olivo è botanicamente un cespuglio, come la rosa).
Nei pascoli e nei prati-pascoli abbandonati vivono bene le betulle, per la caratteristica di essere specie colonizzatrice e preparatrice del bosco naturale. Formano boschi quasi puri, eleganti, luminosi – la chioma della betulla non è molto densa -, puliti, che caratterizzano il paesaggio. Con la betulla vive e produce le sue belle bacche rosse - irresistibile richiamo per gli uccelli - il sorbo degli uccellatori (tùmèl). Sotto questi popolamenti si trova spesso pascolo per bovini e ovi-caprini. I boschi di invasione di betulla sono destinati, salvo interventi da parte dell’uomo, a ospitare via via, e in relazione alla fertilità del luogo, specie più stabili e longeve che ripristineranno il bosco naturale in equilibrio con l’ambiente (tecnicamente bosco climax).
Negli ultimi 60-70 anni, interventi e consigli dell’Autorità Forestale, hanno favorito l’introduzione nella Valle Elvo delle conifere, in particolare l’abete rosso e il larice. Le superfici più importanti, a monte e a valle del Tracciolino, si trovano a Pollone (pineta Botto e Frassati) e a Netro (Valgiame). Dal punto di vista non strettamente forestale, l’uso delle conifere sempre verdi (abete rosso, pino strobo, abete di douglas), porta una nota vivace nel panorama, perché la macchia verde in inverno, emerge e rende meno monotono l’ambiente. Le conifere, in certi casi, dimostrano di essersi perfettamente ambientate in valle al punto di rinnovarsi spontaneamente.
1.3. Storia, tradizioni e cultura locale

LA SPIRITUALITÀ
Diversi Santuari, luoghi sacri alla religiosità popolare, sono disseminati lungo l’area del territorio alpino biellese che dalla Serra si estende fino alla Valsessera.
Anche la Valle Elvo ha da sempre richiamato importanti espressioni di religiosità: il Santuario di Graglia dedicato alla Madonna Lauretana, secondo per importanza nel Biellese dopo Oropa e fulcro della vita religiosa dell’intera valle; la Sacra Rappresentazione di Sordevolo che da due secoli vede un intero paese coinvolto nella messa in scena della Passione di Cristo; il moderno monastero buddista Mandala Samten Ling dislocato lungo la strada che dal Santuario porta alla Bossola e che vuole essere un punto di meditazione e raccoglimento non solo per i seguaci del buddismo tibetano. La stessa filosofia sta alla base della comunità monastica di Bose a Magnano, nella Serra.
La strada panoramica del Tracciolino passando tra i Comuni di Pollone, Sordevolo, Muzzano, Graglia, Netro e Donato unisce non solo idealmente i due maggiori santuari biellesi, toccando un territorio ricco di arte e tradizione e il cui centro ideale è il complesso del Santuario di Graglia.

DONATO
Situato in collina ai piedi del Mombarone, si trova ai limiti occidentali del territorio biellese.
E’ un piccolo borgo dalle caratteristiche fontane, i lavatoi e i piloni votivi, ricco di vegetazione e con clima mite in estate.
Dai caratteristici alpeggi (Parei, Fornelli, Cavanna, Grè, Ghiazzetti, Moglione) il panorama spazia dal Monviso a Novara e si ha una vista complessiva della morena della Serra.
Vi sorge la parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo del XVIII secolo. In frazione Ceresito è situato l’oratorio dei SS. Bernardo e Grato con facciata barocca in mattoni ornata da nicchie e lesene.

NETRO
Per la sua posizione strategica ed elevata, fin dal tempo dei Celti fu scelto come roccaforte difensiva.
All’interno del cimitero sorge la chiesa romanica dell’Assunta; poco distante, al centro del Paese, la parrocchiale del XIX secolo e, a pochi passi, l’elegante oratorio barocco di S. Rocco, edificato come ex voto in seguito all’epidemia di peste del 1599.
Caratterizzata da un’economia prevalentemente rurale, Netro vanta una millenaria tradizione nella lavorazione del ferro sia artigianale che industriale.

Chiesa di S. Maria Assunta
Attualmente situata nel cimitero di Netro, la chiesa di Santa Maria Assunta è uno degli esempi più belli di romanico nel Biellese.
Dalla facciata e dai muri si può dedurre che originariamente la chiesa doveva essere a navata unica e nel complesso piuttosto piccola. Il periodo più probabile di questa primitiva costruzione, non documentabile da fonti scritte, è la prima metà del secolo XI, mentre l’innalzamento e l’ampliamento furono compiuti tra l’XI e il XIII secolo. Questa seconda fase costruttiva allargò l’edificio a tre navate culminanti in altrettante absidi semicircolari e divise in tre campate da colonne in cotto sorreggenti arcate a tutto sesto. La copertura venne realizzata a capanna a due falde e la facciata si presenta costruita in pietra di colore rosso brunastro e verde chiaro con ciottoli con disposizione pressoché uniforme a spina di pesce, e culmina nel tipico campaniletto a vela. La porta centrale, tra due portoncini laterali architravati, è inquadrata entro una specchiatura delimitata in alto da due serie di archetti pensili e da un oculo terminale. Due piccole lesene, in corrispondenza della porta e in asse con l’oculo superiore, racchiudono una nicchia nella quale sono raffigurate le anime del purgatorio secondo uno stile che risale verosimilmente al periodo dell’ultimo rifacimento e dell’intonacatura dell’edificio (XVIII secolo). Internamente sulla parete e sul catino absidale si nota un ciclo di affreschi del primo quattrocento con Cristo in mandorla, i simboli degli evangelisti e gli Apostoli, attribuito allo Pseudo Domenico della Marca d’Ancona.

GRAGLIA
Graglia comprende un territorio molto vasto che raggiunge la Colma del Mombarone dove il Monumento a Cristo Redentore, ricostruito dalla Pro Loco nel 1991 sulle rovine del precedente, edificato nel 1901 e distrutto da un fulmine nel 1948, domina la vetta a 2372 m. s.l.m.
Comune a vocazione turistica grazie alla posizione, alla qualità architettonica delle sue frazioni e alla presenza del Santuario della Madonna Lauretana, Graglia riveste un ruolo significativo anche per la produzione casearia e per l’allevamento di ovini e bovini.
Al centro del paese sorge la chiesa parrocchiale di S. Fede che conserva all’interno una tela di Mauro Piccinardi. Si segnalano inoltre la Chiesa di S. Croce rifatta nel ‘600 dove hanno lavorato il pittore Giovanni Antonio Genta e Francesco Zamorra.
La processione degli incappucciati che si svolge la sera del Venerdì Santo è una delle tradizioni più sentite.

Il Sacro Monte e la Chiesa di S. Carlo
All’inizio del XVII secolo, il parroco di Graglia, Don Nicolao Velotti, ad imitazione di quanto aveva fatto il Caimi un secolo primo al Sacro Monte di Varallo, pensò di trasformare il vicino Colle di S. Carlo in una “Gerusalemme Celeste” di ben 100 cappelle ognuna delle quali contenente gruppi scultorei a grandezza naturale rappresentanti la Storia Sacra da Adamo e Eva alla Risurrezione di Gesù.
Del grandioso progetto ideato dal parroco abbiamo un album di disegni antichi a penna acquerellati che raffigurano l’insieme del progetto architettonico con l’esemplificazione di alcune cappelle e accompagnato da alcuni fogli che spiegano la simbologia del complesso. I lavori del grandioso progetto, iniziati nel 1616 subirono numerosi rallentamenti a causa delle difficoltà economiche, soprattutto dopo la morte del suo ideatore Don Velotti, avvenuta nel 1626. Il successore preferisce infatti ripiegare su un progetto meno ambizioso che vede la realizzazione del Santuario in Regione Campra, progetto ben presto anch’esso abbandonato. Del complesso originario venne edificata sul colle omonimo, dal quale si gode un grandioso panorama, la chiesa dedicata a S. Carlo che doveva essere il cuore della “Gerusalemme Celeste”. Essa fu costruita dove forse già esisteva la chiesetta dell’Addolorata di cui non è rimasta alcuna traccia né documentazione. Delle cento cappelle solo alcune vennero costruite e arricchite con gruppi scultorei dei fratelli D’Enrico di Varallo e di Nicola Tabacchetti e i loro resti sono tuttora visibili lungo il sentiero che da S. Carlo conduce al Santuario di Graglia.
La chiesa di S. Carlo doveva essere solo una delle cappelle del Sacro Monte con all’interno il gruppo scultoreo, opera appunto del Tabacchetti, raffigurante la Deposizione, con la Madonna tra i SS. Carlo Borromeo, Grato e il Beato Amedeo di Savoia, contitolari della Chiesa. Il gruppo è, purtroppo, andato distrutto nell’ultimo conflitto mondiale. Passata in secondo ordine, la chiesa rimase trascurata sia dai fedeli che dagli amministratori e nel 1661 si presentava ancora senza volta e con le pareti non intonacate. L’edificio fu mutilato e accorciato demolendo la navata e portando alla scomparsa delle cappelle sotterranee. Insieme a queste fu distrutta anche quella della Maddalena che sorgeva sulla sommità di un’altura. Nel 1668 fu costruita nei pressi del serbatoio dell’acqua la cappella della Samaritana anch’essa demolita nella prima metà del ‘900. Tuttora la facciata di S. Carlo risulta incompiuta e si presenta come un muro sorretto da quattro pesanti contrafforti; ha una campanella collocata su un piccolo campanile a vela rifatto nel 1991 perché pericolante come il tetto della chiesa.
All’interno si segnalano un gruppo marmoreo ad altezza naturale raffigurante S. Carlo Borromeo davanti al sacello di Cristo, l’altare maggiore con i dipinti e la prospettiva dei pittori Aureggio e Genta e le decorazioni di G. Maffei. Attualmente vi si celebra la messa solo in occasione della festa che si svolge nel mese di luglio.

La Basilica della Madonna di Loreto
Nel 1655, su idea del parroco Agostino Del Pozzo, venne deciso di elevare un grandioso tempio con annesso ricovero sul colle della Divina Bontà, a 812 m, su cui già sorgeva una cappella dedicata alla Vergine Annunziata facente parte del Sacro Monte, realizzata nel 1617 e che riproduceva la Santa Casa di Loreto.
La benedizione della prima pietra ebbe luogo il 20 settembre 1659 ma, a causa delle disastrose guerre di quei tempi, il progetto dell’ingegnere Arduzzi, anche se fortemente sostenuto da Carlo Emanuele di Savoia subì lunghissime soste. Fu ripreso nel 1760 grazie al parroco don Carlo Gastaldi il quale incaricò l’architetto Bernardo Vittone di una nuova stesura del progetto. Nel giro di pochi anni la struttura acquistò quello che è il suo aspetto attuale, con pianta a croce greca di 42 m. per 32 m. culminante nella cupola ottagonale alta 38 m da terra.
Nella struttura della basilica sono incorporate quattro cappelle. Edificate tra il 1664 e il 1684, sono dedicate alla Nascita di Cristo e all'Adorazione dei Magi, con statue in terracotta policroma opera dello statuario Francesco Pozzi e alla Presentazione di Gesù al Tempio e alla Circoncisione, con opere dello statuario Carlo Pagano e del pittore Prospero Antonio Placco, autore anche dei dipinti che ornano le pareti.
Al tempo della Rivoluzione Francese, il Santuario di Graglia venne considerato opera di pubblica utilità ed affidato ad un comitato di beneficenza che lo convertì in un collegio convitto. Con il rientro a Torino del Re Vittorio Emanuele I, il Santuario fu riassegnato alla sua originaria natura di luogo di fede e devozione.
I lavori continuarono anche all’esterno con l’aggiunta nel 1840 di un terzo piano alla struttura destinata all’accoglienza dei pellegrini e il tracciamento della passeggiata intorno al Santuario. Nel 1887 si ultimò la facciata sud-est del fabbricato, quella che si presenta in tutta la sua maestosità agli occhi del pellegrino in arrivo e nel 1906 si costruì l’attuale locale destinato a caffè – ristorante. Infine negli anni ‘30 fu realizzato l’attuale giardinetto della Madonna, caratterizzato dal "burnell" in pietra su imitazione di quello di Oropa e di S. Giovanni d’Andorno.
All’interno sono conservati lo splendido organo del 1839 opera del maestro Bossi di Bergamo e l’altare maggiore ideato dal gragliese Perratone e intagliato in marmo dal maestro Catella di Lugano. La splendida prospettiva della cupola ottagonale fu decorata nel 1870 da Fabrizio Galliari e i quadri raffiguranti San Giuseppe sono opera del pittore Picinardi di Bergamo eseguiti nel 1875. La Cappella degli esercizi o della Buona Accoglienza posta al primo piano è ricca di affreschi del XVII secolo.
Da segnalare infine la Biblioteca del Santuario, ricca di 20.000 volumi con pezzi del Seicento e alcuni pezzi unici: le “cinquecentine”. Tra le opere un'edizione pressoché completa dell'opera di San Tommaso e un testo del XVI sec. che descrive con splendide cartine, la Terrasanta, secondo le cognizioni dell'epoca.

Chiesa della Madonna della Neve
Anche la storia della Chiesa della Madonna della Neve, che sorge sul pianoro di Campra, a sinistra della strada che dal centro del paese conduce al Santuario, è legata a quella della realizzazione del Sacro Monte di Graglia. Infatti Don Garrono, succeduto a Don Velotti, considerando S. Carlo poco agevole nella stagione invernale, aveva individuato in Campra il luogo ideale per realizzare il centro del Santuario e farvi sorgere un collegio per sacerdoti.
Il progetto di Don Garrono fu subito abbandonato a favore della basilica odierna e il seminario non fu mai completato, ma la chiesa edificata tra il 1624 e il 1629 ha sempre conosciuto la “venerazione” dei Gragliesi come testimoniano i numerosi ex voto per le grazie ricevute dalla Madonna.
La chiesa in origine si presentava con un solo altare sormontato da un dipinto della Madonna, con la sacrestia con camera superiore e un portico. Nel 1778 fu edificato il campanile tipico biellese in mattoni in stile barocco, paragonabile ai campanili barocchi di S. Elisabetta e di S. Antonio Abate di Occhieppo Superiore.
L’edificio attuale, ricostruito all’inizio del XIX su disegno di Andrea Zanetto, ha incorporato i muri della costruzione precedente e ha una pianta a croce greca. La facciata conserva solo parzialmente affreschi del pittore gragliese Paolo Giovanni Crida mentre l’interno si presenta ad una navata con pareti e volte decorate da Vincenzo Zanetto e con un altare in marmo, opera di Giacomo Bottinelli sormontato da un’ancona con tela raffigurante la Madonna attorniata da nuvole, raggi e cherubini in legno dorato.
Il 5 agosto si celebra la festa della Madonna della Neve con la seguitissima messa delle 4,30 e con la festa campestre che dura otto giorni.

Curiosità
Lungo il sentiero che dal Santuario di Graglia conduce a S. Carlo, subito dietro al Grand Hotel, ha luogo, il fenomeno acustico dell’eco endecasillabo. Tale fenomeno, già conosciuto dagli studiosi del Settecento, consiste nella perfetta riproduzione vocale della parola gridata in direzione del Santuario. È detto endecasillabo in quanto, in determinate condizioni climatiche, può riprodurre una parola di undici sillabe quali.

MUZZANO
Accogliente paese ricco di ville con parchi secolari e punti panoramici, si sviluppa dal monte Cuchello (612 m) verso l’alta montagna, dove comprende la frazione di Bagneri (cfr. paragrafo “La tradizione”) e gli ampi pascoli delle Salvine.
Accanto alla settecentesca parrocchiale dedicata a S. Eusebio che conserva nel campanile tracce di un’antica costruzione romanica, sorge la seicentesca chiesa di S. Croce.
Con un’escursione si raggiunge il borgo alpino di Bagneri e i sovrastanti alpeggi delle Salvine, e ci si può immergere nelle tradizioni e cultura della montagna, nonché godere di un bellissimo panorama sul Biellese.

SORDEVOLO
La fama di questo paese è legata sicuramente alla Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo che si celebra ogni 5 anni.
Ricco di testimonianze di archeologia industriale Sordevolo coniuga la presenza di alcuni fra i più antichi insediamenti produttivi tessili, con la vita d’alpeggio.
La seicentesca parrocchiale di S. Ambrogio conserva un bell’altare settecentesco e opere di scultura lignea.
Da segnalare il barocco oratorio di S. Marta e la Chiesa di S. Maria delle Grazie in frazione Verdobbio e, sul colle che sovrasta il paese, l’oratorio di S. Grato.
Dal bivio per S. Grato parte un sentiero che in 1 h e 30 circa porta alla Trappa, imponente edifico in pietra, lungo la strada del Tracciolino.

Oratorio di S. Grato
Sorto intorno alla metà del XVII secolo e dedicato a S. Grato per invocare protezione contro le tempeste e la grandine, si eleva sul colle omonimo; meta di frequenti passeggiate è stato celebrato anche da personaggi illustri come il Carducci e il Giocosa. Custodito da un eremita, già nel 1661 minacciava di rovinare e nel 1678 si avviarono lavori di restauro e ampliamento. Tra il 1724 e il 1728 l’oratorio vide ulteriori cambiamenti: il campanile fu riedificato per la terza volta e la facciata completata dal portico come è visibile tuttora.
All’interno, dietro l’altare maggiore, è conservata la statua lignea dipinta del Santo protettore opera della seconda metà del XVII secolo, mentre sopra l’altare laterale dedicato ai SS. Bernardo e Antonio è posta una tela dipinta nel 1699 dal vercellese Giacomo Antonio Bergonzio.

POLLONE
Le origini del Paese sono molto antiche, come testimoniano i ritrovamenti databili all’età del Bronzo e all’Età del Ferro.
Famoso centro di villeggiatura frequentato da intellettuali e uomini di cultura come Benedetto Croce, Pollone ha dato i natali a personaggi illustri quali il pittore Lorenzo Delleani, il beato Pier Giorgio Frassati e l’esploratore Alberto Maria De Agostini.
Fra gli edifici religiosi si distinguono la parrocchiale di S. Eusebio e la chiesa della Trinità con la facciata affrescata da L. Delleani e, all’interno, una tela di Francesco Zamorra.
Il paese è ricco di oratori, tra cui quello di S. Maria delle Grazie (1606), quello secentesco dei SS. Fabiano e Sebastiano e l’oratorio di S. Barnaba.
Accanto al centro abitato, la Riserva Naturale Speciale della Burcina.

Oratorio di S. Barnaba
Situato a dieci minuti dal centro del paese, in località Piane, l’oratorio sorge su un’altura anticamente denominata Monte del Castellazzo, forse sulle fondamenta di un castello di epoca medievale. Voluto dal parroco Don Agostino De Ferraris, nel 1606 risulta essere ancora in costruzione. Sopra l’altare vi è un’iscrizione che attesta che l’edificio fu ricostruito dalla comunità in seguito ad un pubblico voto, con ogni probabilità per invocare protezione contro la grandine del 1662. L’oratorio ha conservato la sua struttura secentesca ad unica navata ricoperta da mattoni dipinti sorretti da possenti capriate. È circondato da tre lati da un caratteristico porticato e sul lato sinistro si eleva il campanile a vela. Addetti alla custodia erano gli eremiti la cui abitazione fu conservata per tutto il tempo della loro dimora nei pressi della chiesetta e poi demolita.
Attualmente l’edificio è di proprietà del Comune che vi ha costruito attorno il parco della Rimembranza. Restaurato pochi decenni fa è stato affrescato nel 1955 da Nina Tavallini. Questo oratorio è diventato l’emblema di Pollone: dipinto dal pittore Lorenzo Delleani che lo ricorda nelle sue tele con le paesane che entrano nella chiesetta o ne escono avvolte nel tradizionale velo bianco (il dipinto è custodito nel Municipio di Pollone).

LA CULTURA LOCALE
L’eterogeneità del territorio della Valle Elvo e la sua antica storia si riflettono sulle molteplici tradizioni legate ai saperi e ai prodotti di tali saperi: attività più tradizionali legate agli alpeggi, quali l’allevamento del bestiame e la produzione della toma, convivono accanto alla ricerca dell’oro e alla lavorazione del ferro, attività millenarie capaci di plasmare il paesaggio e il carattere di una comunità.

L’ECOMUSEO VALLE ELVO E SERRA
Nato nel 1998 per volontà di un gruppo di persone che avevano in comune l’interesse e la passione verso un luogo, la sua storia e le sue tradizioni, l’Ecomuseo Valle Elvo e Serra propone un percorso di rinascita culturale, sociale ed economica basato sulla partecipazione diretta della popolazione alla tutela attiva del proprio patrimonio materiale e immateriale.
Sul territorio definito geograficamente dal corso del torrente Elvo e dalla collina morenica della Serra, le attività dell’ecomuseo intrecciano la memoria degli abitanti a quella dei luoghi di cui sono artefici e testimoni.
Alternando ricerca e azione, i protagonisti dell’ecomuseo recuperano il senso della ri-conoscenza: una competenza nel leggere il paesaggio dove si trovano a vivere e un esercizio attraverso il quale riacquistano la facoltà di continuarlo con coerenza nel proprio tempo.
Generando nuovi rapporti di fiducia tra le persone, nuove relazioni funzionali tra le loro attività e le risorse reali del territorio, nuove forme responsabili di produzione e consumo, l’esperienza dell’abitare è al centro delle diverse iniziative di conservazione, interpretazione e gestione del patrimonio, nel quale la comunità individua le tracce del suo passato e le linee del suo futuro.
I temi indagati dall’Ecomuseo Valle Elvo e Serra (indicati di seguito tra parentesi) si evidenziano lungo alcuni itinerari che legano le esperienze individuali dei luoghi alle pratiche collettive del territorio, alla percezione dei paesaggi e delle loro trasformazioni.
Due percorsi-paesaggi principali si dipartono idealmente da Donato (Centro di documentazione sull’emigrazione), “porta” della Valle Elvo verso la Valle d’Aosta e il Canavese:
- a est di Donato, lungo la Strada Provinciale del Tracciolino, si incontrano il Sacro Monte di Graglia (religiosità popolare), la borgata di Bagneri (civiltà montanara), il Monastero della Trappa di Sordevolo (tradizione costruttiva);
- a sud di Donato si incontrano i siti di Sala (Resistenza), di Vermogno (ricerca dell’oro), di Zimone (paesaggio agricolo).
Un terzo percorso-paesaggio, tra la Fucina Morino di Mongrando (lavorazione del ferro) e le Officine di Netro (Centro di documentazione sulla lavorazione del ferro), è fortemente caratterizzato dalla presenza diffusa di piccoli e grandi manufatti testimoni di un’attività, prima artigianale e poi industriale, favorita dalla morfologia e dai corsi d’acqua dell’Ingagna.
5 cellule tematiche dell’Ecomuseo Valle Elvo e Serra sono parte della rete ecomuseale biellese, riconosciuta dalla Regione Piemonte nel 2000:

Cellula di Bagneri (Muzzano) - Civiltà montanara
A 900 metri di quota, nel Comune di Muzzano, la borgata di Bagneri testimonia il lavoro di generazioni di alpigiani che lentamente trasformarono l’ambiente originario.
L'Associazione Amici di Bagneri si impegna nel mantenere viva questa piccola comunità con azioni a sostegno dei pochi abitanti, legando il recupero della vecchia falegnameria alla nascita di una nuova attività artigianale attraverso la quale risvegliare una competenza sul significato e sull'uso dei semplici oggetti prodotti dalla civiltà montanara.

Cellula della Trappa di Sordevolo - Tradizione costruttiva
Costruita dalla famiglia Ambrosetti dopo la metà del Settecento, a 1000 metri di quota, la Trappa di Sordevolo è così chiamata perché ospitò per sei anni una congregazione di monaci trappisti in fuga dalla Francia rivoluzionaria.
L'Associazione della Trappa lega le ricerche sulle origini dell'edificio e sulle tecniche impiegate nella sua costruzione ad azioni di tutela attiva del paesaggio dell’Alta Valle Elvo, definendo nuovi percorsi per il recupero dell'identità dell'architettura rurale e dei suoi attuali utilizzatori.

Cellula di Vermogno (Zubiena)- Ricerca dell’oro
Vermogno, frazione del Comune di Zubiena, si trova al centro della Bessa, dov'erano collocate le grandi aurifodine di età romana attive tra il II e il I secolo a.C.: un paesaggio artificiale dominato da enormi cumuli di ciottoli accatastati per selezionare il materiale ricco di oro alluvionale.
Nel Museo dell’Oro e della Bessa l’Associazione Biellese Cercatori d'Oro raccoglie e documenta le tecniche manuali impiegate nei secoli per la ricerca aurifera, accompagnando i visitatori nelle escursioni archeologiche e naturalistiche.

Cellula delle Officine di Netro - Lavorazione del ferro
Tra Netro e Mongrando, lungo il Torrente Ingagna, alla fine del Cinquecento vennero impiantate le prime unità produttive per la lavorazione del ferro.
Nel Centro di documentazione di Netro, dove tale attività ha avuto il maggiore sviluppo industriale, vengono raccolte le serie di attrezzi prodotti dalle Officine Rubino accanto ai disegni, ai campionari, ai manuali tecnici ed ai macchinari che testimoniano l’evoluzione dei sistemi di lavorazione e consentono di legarli alle pratiche locali delle regioni cui erano destinati.

Cellula della Fucina Morino di Mongrando - Lavorazione del ferro
Lungo il percorso tematico che collega Netro a Mongrando si trovano i resti di alcune strutture funzionali il cui nome, "fucina" o "martinetto", identificava sia gli strumenti di lavoro che le costruzioni stesse che li sostenevano.
Ultimo esempio delle piccole unità produttive che costituirono la principale attività degli abitanti di Mongrando prima dello sviluppo delle telerie, la Fucina Morino conserva al suo interno tutti i macchinari e gli attrezzi utilizzati prima dello sviluppo industriale.

1.4. Aspetti antropici (insediamenti ed economia locale)

La Pezzata Rossa Oropa
La Valle Elvo è la culla della razza bovina Pezzata Rossa Oropa, antico tipo autoctono (secondo la moderna classificazione, facente parte il gruppo dei “Red, Yellow and Pied Mountain Breeds of Central and Eastern Europe and Charolais”). È un tipico animale a duplice attitudine, latte e carne, adatto ad un’alimentazione frugale e alla marcia su terreni difficili per pendenza e rocciosità. Possiede arti forti e appiombi quasi perfetti e le sue produzioni di latte si attestano mediamente sui 25 q in 305 giorni di lattazione (8.2 litri/giorno), ma l’alimentazione è basata sostanzialmente su pascolo e foraggi di valore medio/basso. Alimentata adeguatamente le sue produzioni salgono facilmente sino al doppio del dato descritto.
La qualità del latte è buona, con titoli medi in grasso del 3,7 % e in proteina del 3,5 %, particolarmente adatta alla produzione di tipici formaggi biellesi: toma e maccagno.
La produzione della carne è concentrata nella discreta attitudine all’ingrasso dei vitelli maschi e delle femmine che superano la quota di sostituzione delle vacche.
I vitelli, dopo 3-4 settimane di vita, vengono venduti a ingrassatori di pianura. Negli ultimi anni, a cura delle Comunità Montane Alta e Bassa Valle Elvo, si stanno sperimentando tecniche di allevamento, di alimentazione e di commercializzazione che permettano agli allevatori locali la produzione di capi ingrassati (sino a 500-600 kg), mantenendo così in loco il valore aggiunto della produzione della carne.
La razza Pezzata Rossa d’Oropa ha grande importanza, nella zona montana, per la sua lunga carriera produttiva e riproduttiva (rispetto alle razze specializzate e cosmopolite) e la relativa regolarità nei parti, caratteristiche favorite dalla vita all’aria aperta, dal movimento e dall’alimentazione non spinta.
La Razza pezzata Rossa Oropa è stata inserita dalla F.A.O. (Food and Agricoltural Organisation of United Nations) nell'elenco mondiale delle razze in pericolo di estinzione, in modo da garantire il suo patrimonio genetico e tutelare la biodiversità, a livello mondiale, nella specie bovina.
È presente in più di 450 allevamenti, fuori e dentro la Valle Elvo, con un patrimonio complessivo di circa 7.800 capi (vacche, giovenche e giovani). L'Associazione Allevatori di Biella e Vercelli svolge dal 1979 i controlli sulla produzione e gestisce su delega dell'A.I.A. (Associazione Italiana Allevatori) il Registro Anagrafico della razza, organizzando le valutazioni morfologiche e curando l'inserimento dei dati delle bovine iscritte (circa 3.500 vacche) con un apposito software gestionale.
La peculiarità della Pezzata Rossa d'Oropa e la necessità di tutelarne l'irripetibile patrimonio genetico hanno indotto la Regione Piemonte (su richiesta dell' A.I.A. e dell'A.P.A. di Biella e Vercelli) ad inserire la razza in successivi programmi di aiuto, finanziati anche dall’Unione Europea.

L’Alpeggio
La tradizione valligiana prevede l’alpeggio per ogni categoria di bovini presenti in azienda: dal vitello alla vacca in produzione. L’alpeggio è utile, sia per l’utilizzo di risorse foraggere altrimenti non consumabili, sia per diminuire i costi di alimentazione del bestiame. È riconosciuto che un adeguato carico di animali per unità di superficie e le cure al pascolo degli addetti alla mandria (spargimento delle deiezioni e sfalcio di vegetali rifiutati), favoriscono la produzione pascoliva, sia in quantità che in qualità, e sfavoriscono la diffusione di specie vegetali di basso o nullo valore foraggero.
L’alpeggio è pratica molto diffusa in Valle Elvo e questo va a favore di un ambiente curato e ospitale e diminuisce il pericolo di dissesti quali frane e smottamenti. L’allevatore-pastore valligiano utilizza generalmente due zone d’alpeggio: una situata a quota inferiore, nel periodo 15 maggio – 1° luglio, e l’altra a quota superiore, nel periodo 1° luglio – 1° settembre, per ritornare al più basso nel mese di settembre. A questa semplice regola sono ammesse ampie eccezioni come l’uso di un solo alpeggio o, addirittura di tre o più.
Gli alpeggi di proprietà privata sono generalmente situati ad altitudini inferiori a 1000 m e occupano superfici non molto vaste (meno di 10 ha nella gran parte dei casi), possono essere usati come punto di sosta della mandria salendo agli alpeggi più alti in primavera, sia scendendo, da questi, in autunno.
Gli alpeggi a quota più elevata sono di proprietà comunale e interessano superfici notevoli (sino a 200 ha e più), pur essendo la zona pascoliva utile ridotta dalle emergenze rocciose.

Il pascolo
Si divide sempre in due zone: il pascolo fertirrigato, altimetricamente sotto il ricovero della mandria (drùa), e la zona non fertirrigata (pascul, cmùn) che circonda la zona più fertile e sta a monte del ricovero. La zona fertirrigata è quella morfologicamente più accessibile, le pendenze sono contenute e antichi spietramenti manuali permettono, in certi casi, l’utilizzo della motofalciatrice per lo sfalcio dell’erba che, affienata, permetterà la costituzione di una scorta di alimenti per il bestiame, da utilizzarsi nei periodi in cui il pascolamento è impedito da condizioni atmosferiche avverse.
Il pascolo è reso fertile dall’antica pratica dello “slavè” che consiste essenzialmente nel trasferire le deiezioni solide e liquide di una stalla, solitamente priva di lettiera, in una vasca in muratura (paru). Da tale vasca il liquame, diluito con acqua, viene distribuito, a intervalli variabili in funzione del numero di capi, del volume della vasca, della disponibilità d’acqua, delle condizioni meteorologiche, nel pascolo sottostante con l’uso di una roggia (maestra) scavata nel senso della massima pendenza. Dal canale principale si dipartono alcune canalette secondarie che seguono, con debole pendenza, le curve di livello. L’operatore, dopo aver opportunamente deviato la discesa del liquame dal canale primario al secondario, tramite uno sbarramento di cotico erboso, terra e pietre, si appresta ad alzare il livello del liquame fino a farlo debordare nella zona di pascolo prescelta, utilizzando allo scopo un fascio di felci tenute insieme da una corda. Con questa pratica, vecchia di secoli, il malgaro mantiene fertili gli avari pascoli di montagna.
Nel pascolo non fertirrigato non si svolge alcuna pratica agronomica ad eccezione di rare mandrature che consistono nel lasciare, per qualche notte, il giovane bestiame o le vacche in asciutta, all’aperto, nella zona che si vuole concimare. Tale pascolo (cmùn) è solitamente la zona morfologicamente più difficile, sia per le forti pendenze, sia per la presenza di rocciosità affiorante e cespugli.
Generalmente il bestiame viene immesso nel pascolo due volte al giorno e ritirato di notte e nelle ore più calde del pomeriggio. Al mattino gli animali vengono condotti nel pascolo magro, anche molto lontano dal ricovero (fino a un’ora di marcia), mentre nel pomeriggio restano, presso la stalla, in quello fertile. Tale pratica soddisfa numerose esigenze alimentari del bestiame: la fibra ingerita al mattino, oltre a permettere un ottimo funzionamento del rumine, innalza il quantitativo di grasso nel latte, mentre l’energia e le proteine ingerite al pomeriggio permettono una discreta produzione di latte (5-6 l/giorno), salvaguardando la salute e il buono stato di nutrizione dei bovini.
Al più tardi nella prima decade di ottobre, i pascoli sopra al Tracciolino vengono abbandonati dalle mandrie bovine che lasciano il posto, in autunno, a greggi ovini. Le pecore di razza Biellese, che hanno passato l’estate in pascoli molto alti, fuori dalla provincia di Biella, trovano ancora modo di alimentarsi, nei pascoli e nei boschi, fino alle prime nevicate. Questo secondo passaggio contribuisce ulteriormente alla “pulizia” del paesaggio e alla sua valorizzazione estetica.

I ricoveri
I ricoveri tradizionali sono costruiti in pietra, tenuta insieme da poca malta. Gli architravi e l’orditura dei tetti sono in legno, la copertura è in lastre di pietra (lose). L’ altezza dei locali non supera, nella generalità dei casi, i 2 m. Spesso la falda del tetto a monte si avvicina al pendio, rendendo minima la resistenza del fabbricato alle valanghe. In tutti i casi i danni da valanga sono minimi o nulli, segno di una notevole osservazione da parte degli antichi costruttori e, probabilmente, di una lunga storia, che ha insegnato quali sono i percorsi preferenziali delle slavine.
Le stalle sono generalmente a pianta rettangolare, a due file di animali posti “a groppa a groppa”. La mangiatoia, larga 40 cm, è delimitata da una parte dalla parete dell’edificio, dall’altra da un robusto asse di castagno, forato in corrispondenza della posta. Gli animali sono mantenuti alla catena. La posta degli animali è lunga 170 cm e larga 100. Tra le due file di animali vi è una corsia di servizio (riàna), larga circa 1 metro, nella quale cadono le deiezioni che vengono sgomberate 2 volte al giorno, con un attrezzo forgiato a raschietto detto rasp: una sorta di rastrello con paletta al posto dei denti. Il pavimento è solitamente costituito da lastre di pietra, squadrate grossolanamente, poggiate sulla terra. Luce e aria penetrano da un’unica porta, situata in corrispondenza all’uscita della corsia di servizio, o da fessure a lato della porta o sulla parete opposta ad essa.
Il locale abitato dai margari è uno solo: una piccola cucina (12-18 mq), tradizionalmente senza tavolo, i cui unici arredi sono costituiti da un paio di panche, contro i muri, o da sgabelli a tre piedi, una piccola madia, una piattaia di legno e, a volte, da uno o più pensili di foggia moderna. Il locale, dotato di focolare, con o senza la cappa e il camino, è utilizzato anche per la caseificazione del latte. La tradizione non prevede camere da letto né servizi: i margari dormono sopra la stalla, nel locale destinato a fienile.
La dotazione dei locali a servizio dell’alpeggio si completa con il fraidèl: un edificio seminterrato, basso, a sè stante, o inglobato nel fabbricato maggiore, attraversato da un piccolo corso d’acqua, entro il quale si pongono le caldaie di metallo con il latte, per il raffreddamento e l’affioramento della panna. Negli ultimi anni, la struttura tradizionale dei ricoveri d’alpeggio, per ragioni di benessere umano e animale e per ragioni igienico-edilizie è mutata.
Si contano diverse ristrutturazioni che hanno portato a un ammodernamento dei locali, all’aggiunta dei servizi e di camere da letto, all’adeguamento delle stalle. Non è raro comunque trovare strutture, ancora utilizzate, che non si differenziano da quelle sommariamente descritte.

Le produzioni d’alpeggio
Le produzioni più conosciute sono il formaggio Toma e il burro.
Si dice che il termine “toma” derivi dall’italiano arcaico “tomare”, uguale a cadere, per figurare la precipitazione della caseina ad opera del caglio. La Toma è il risultato di una necessità indifferibile: conservare e valorizzare il latte che eccede il consumo dell’azienda e della malga.
L’”alpe” è generalmente lontano dal fondo valle ed è dotato di attrezzature casearie rudimentali. È obbligo quindi una tecnica casearia molto semplice e utilizzabile anche da chi casaro è per bisogno e non per preparazione specifica.
In generale, la toma prodotta in Valle, entra oggi nella categoria dei formaggi parzialmente scremati, ma originariamente, e fino a pochi decenni or sono, era preparata dal latte intero. Fu durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra che, per la maggior richiesta di burro, molti margari iniziarono a produrre il formaggio dopo aver parzialmente scremato il latte.
Generalizzare sulle metodologie di produzione della toma prodotta in Valle è impresa ardua. Grossolanamente si dirà che la toma magra è prodotta con il latte della mungitura serale, scremato per affioramento dopo una notte di riposo e miscelato a quello della mungitura del mattino successivo. Nella toma grassa non è previsto un periodo di riposo del latte, ma questo viene usato appena munto.
Dal punto di vista caseario e microbiologico il riposo del latte ha grande importanza. Questo perde le sue caratteristiche batteriostatiche e batteriche; la flora lattica, importantissima per la caseificazione, prende il sopravvento su altri gruppi di microrganismi, il grasso affiora e puo’ essere allontanato con un largo cucchiaio di legno.
La caldaia contenente il latte va riscaldata al fuoco e la temperatura che deve essere raggiunta è quella della mungitura. La maggior parte dei casari biellesi sostituisce volentieri al termometro la nuda mano.
Non tutti, naturalmente, apprezzano allo stesso modo la temperatura e quindi nascono problemi di “man cauda” (mano calda) e di “man frigia” (mano fredda). La forma sarà meno cotta e più pastosa se il casaro è dotato di man cauda e viceversa. Si rimescola con l’apposito legno e si lascia riposare il tutto per circa due ore. La rottura della cagliata è spinta fino a ottenere granelli fini come grani di riso. In seguito si lascia depositare sul fondo la cagliata che sarà raccolta con una paletta concava o con le mani. Lo spurgo è effettuato comprimendo con le mani la cagliata nella forma (tradizionalmente di legno o di rame) per farne uscire il siero, quindi si lascia sgocciolare. Questa operazione dura all’incirca 24 ore dopo di che si passa alla cantina di stagionatura.
Le assi sopra le quali il formaggio è posto a invecchiare sono generalmente di larice, non devono mai essere di castagno che, per la ricchezza di tannino annerirebbe le forme. In cantina tradizionalmente si provvede anche a salare, a secco, le forme: si salerà se le colonie microbiche che si formano sulla crosta saranno gialle. Non si salerà, o solo blandamente, se le colonie saranno rosse. Per la grande importanza che i microbi rivestono nella crosta della toma a volte si favorisce il loro proliferare mettendo le forme in stalla. Le temperature elevate favoriranno l’attività riproduttiva della microflora e l’azoto ammoniacale presente sarà un ottimo alimento.
Organoletticamente la toma biellese non si presenta al palato dell’assaggiatore con gusto piatto. I gradienti di sapore (e di consistenza della pasta) sono infiniti: dall’insipido al saporito, dal piccantino al forte. Ciò dipende certamente dalla mano del casaro e dal periodo di maturazione, ma grandissima importanza assumono, per questo carattere, i batteri di inquinamento e tra questi i propionici. Essi non sono generalmente presenti nel latte appena munto, ma derivano dall’ambiente e in particolare dalle feci. Sono gli agenti dell’occhiatura minuta e brillante tipica di questo formaggio. Per assurdo, se si aumentassero le condizioni di igiene della mungitura, l’occhiatura brillante e il sapore piccante sparirebbero e con essi sparirebbero i più tenaci consumatori e sostenitori di questo importante prodotto della montagna.